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dolore

Il supporto psicologico nella fibromialgia

La fibromialgia è una sindrome caratterizzata da un dolore riguardante soprattutto i muscoli e le loro intersezioni sulle ossa.

Il fatto che il dolore sia diffuso, variabile in intensità e localizzazione, spesso associato a una varietà di sintomi e disfunzioni estremamente variabili e imprevedibili, è una delle ragioni che ne rende difficile la diagnosi tanto che è stata riconosciuta come malattia solo nel 1994, anche se precedentemente veniva diagnosticata con altri nomi.

Le descrizioni della qaulità del dolore sono caratteristiche e peculiari: può essere definito come bruciore, rigidità, contrattura, tensione, puntura, calore, “vibrazione” dei muscoli.

Anche l’eziologia è tuttora incerta e le conoscenze scientifiche sono solo parziali anche per quanto riguarda decorso, modalità diagnostiche, cura ed esito.

Eppure è molto diffusa, se si pensa che la sua incidenza negli USA è tra il 2 e il 4% e che in Italia ne soffrirebbero 1,5-2 milioni di persone.

Di sicuro è nettamente più diffusa (o almeno più diagnosticata) tra le donne, con una rapporto da 7:1 a 9:1 (Chen et al., 2015).

Tende a manifestarsi in modo intenso in piena età adulta, tra i 40 e 45 anni.

Oltre al dolore, la costellazione di sintomi che affligge tali pazienti comprende:

  • astenia e stanchezza: nel 90% dei pazienti, che riferiscono di alzarsi già stanchi la mattina

  • disturbi del sonno (poco profondo e non ristoratore)

  • cefalea muscolotensiva o emicrania

  • rigidità mattutina muscolare (collo / spalle)

  • colon irritabile (stipsi e/o diarrea)

  • parestesie (formicolii e sensazioni simili a punture)

  • bruciore alle vie urinarie

  • sensazione di gonfiore alle mani

  • dolori al torace

  • difficoltà di memoria e concentrazione

  • disturbi della sfera affettiva (ansia, depressione).

Le ipotesi eziologiche sono molteplici e non convalidate; talvolta vengono identificati come fattori scatenanti eventi stressanti quali malattia, lutto familiare, “trauma” fisico o psichico (es. morte di un genitore).

Dal momento che l’eziologia è incerta, diventa difficile stabilire un piano di trattamento, che comunque prevede spesso la somministrazione di farmaci e il supporto psicologico, che tra i suoi obiettivi deve avere anche quello di sostenere la compliance nei confronti delle cure mediche.

Un trattamento utile è rappresentato dai gruppi di auto-mutuo aiuto, che servono per rompere l’isolamento in cui molto spesso si ritrovano tali pazienti.

L’isolamento dipende sia dalla tendenza all’evitamento di queste persone (evitano tutto ciò che pensano possa essere doloroso e provano rabbia e sfiducia nei confronti degli altri in quanto non si sentono creduti e si sentono ritenuti malati immaginari o matti) sia dalla tendenza dell’ambiente circostante a non relazionarsi con loro. Infatti, la relazione con i soggetti fibromialgici è difficile sia per familiari e amici sia per i curanti, perchè spesso incarnano aspetti passivo-aggressivi: inizialmente vengono sostenuti (come avviene di solito nei casi di dolore), ma poi col trascorrere del tempo suscitano fastidio e irritazione, nel loro continuare a lamentarsi di un dolore difficilmente riconoscibile per gli altri.

Una volta instaurata una difficile alleanza, il terapeuta cercherà di lavorare sulla riduzione dei sintomi, sul miglioramento della qualità della vita relazionale e professionale e sull’accettazione della condizione di malattia.

Tali scopi pososno essere perseguiti tramite:

  1. psico-educazione: illustra al paziente il circolo vizioso tra emozione e fisico (la percezione del dolore varia a seconda delle emozioni provate)

  2. sostegno psicologico (individuale e/o di gruppo): tra i suoi scopi ha quello di ridurre l’isolamento sociale

  3. intervento cognitivo-emotivo-comportamentale: lavoro sul processo di catastrofizzazione e sulle strategie di coping rispetto ai sintomi, ristrutturazione, esposizione alle situazioni evitate perché ritenute possibile fonte di dolore, accettazione (ACT, mindfulness).