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attaccamento

L’attaccamento del bambino predittore della futura psicopatologia

Bowlby ha sviluppato la teoria dell’attaccamento, che è una disposizione innata a cercare vicinanza protettiva coniugata a strutture di memoria e aspettativa che ne regolano l’espressione denominate modelli operativi interni (MOI).
Gli stili di attaccamento di un bambino nei confronti della madre possono essere organizzati (quando sono presenti strategie coerenti) o disorganizzati (caratterizzati da strategie incoerenti).
All’interno dell’attaccamento organizzato si distinguono i seguenti stili, osservabili all’età di un anno e mezzo del bambino nella cosiddetta “strange situation”:
Sicuro (B): il bambino piange quando la mamma se ne va e si rassicura subito appena torna
Evitante (A): il bambino non ha nessuna reazione evidente quando la mamma se ne va dalla stanza anche se la sua pressione arteriosa si alza; quando la mamma rientra, il bambino ugualmente non ha reazione nei suoi confronti
Resistente o ambivalente (C): il bambino strilla sia quando la mamma se ne va sia quando torna, anzi al rientro tende a respingere la mamma
I bambini caratterizzati da stili disorganizzati (D/B, D/A e D/C) tenderebbero a uno stile coerente (rispettivamente B, A e C), ma qualcosa è intervenuto a disorganizzare quello stile: nel 25% dei casi il caregiver non ha elaborato lutti e traumi e si comporta nei confronti del bambino in modo ostile e/o impotente (violenza o neglect, cioè grave trascuratezza); nel restante 75% ha atteggiamenti abdicanti, che derivano spesso da un senso di impotenza e incapacità (come non ascoltare e non rispondere al pianto del bambino, trasmettendo così a questi una sensazione di non interesse).
La presenza di uno stile disorganizzato di attaccamento è fortemente correlata alla psicopatologia (dal 40 all’80%), soprattutto con le tendenze dissociative (ad es. l’84% di pazienti affetti da disturbo Borderline ha un attaccamento disorganizzato secondo uno studio), mentre gli stili evitante e resistente non sono molto correlati con la psicopatologia.
Il bambino che vive il genitore come pericoloso vive un conflitto insolubile fra il sistema di attaccamento e quello di difesa, che determina una paura senza sbocco: quando ci si avvicina va incontro al pericolo ma se fugge per difendersi va nel mondo esterno che è pericoloso; questo sfocia nell’impotenza, che può portare alcuni bambini allo svenimento (che può essere paragonabile a un attacco di panico infantile). Unitamente al cooredo genetico, questo può determinare un attaccamento disorganizzato, che si traduce in comportamenti verso il caregiver contradditori, simultanei o in rapida successione, legati all’attivazione contemporanea del sistema di difesa e di quello di attacacmento: ad es. il bamino si può avvicinare col corpo ma con la testa girata, oppure il volto può essere in parte sorridente e in parte impaurito, oppure può piangere in modo strano nella fase di separazione e girarsi con la testa dall’altra parte quando la madre torna.
Il bambino ha una rappresentazione multipla della madre, che viene vissuta come vulnerabile, minacciosa e protettiva allo stesso tempo (è tanto fonte quanto soluzione della paura del bambino); analoga è la rappresentazione di Sé: il bambino si sente protetto dalla figura di attaccamento, ma anche sua vittima, e persino suo salvatore e persecutore. Tale frammentazione nella rappresentazione di Sé (diversa dalla scissione) prevede una non integrazione degli Stati dell’Io, cioè una cosiddetta compartimentazione dissociativa e si può tradurre in un’esperienza cosciente di tipo dissociativo (alienazione).liotti